I Vattienti

L’origine del rito, come detto, si perde nella notte dei tempi, ma ancora oggi viene vissuto dalla popolazione locale con grande intensità e devozione. Anche chi non vi partecipa attivamente subisce un coinvolgimento emotivo dirompente, che impregna tutto di una magia e un misticismo che solo la Calabria è ancora in grado di regalare

È un rito cruento, affascinante, ancestrale.

Stiamo parlando deil rito dei “Vattienti” di Nocera Terinese, piccolo centro della provincia di Catanzaro, a pochi chilometri dal Tirreno.

I “vattienti” sono  figure controverse e misteriose che pongono il proprio sangue al centro della Settimana Santa, proprio come Gesù Cristo.

Secondo le fonti più attendibili, il rito dei Vattienti si rifarebbe alla pratica dell’autoflagellazione diffusa tra i monaci nel medioevo per espiare i peccati e permettere così all’anima di essere accolta degnamente nell’aldilà.

Non sono chiare le radici di questo rito ma ciò che è evidente è la natura unica e particolare del rituale che consiste in due figure maschili che rappresentano le fasi degli ultimi giorni di Cristo che sono la Flagellazione (il vattiente ) e l’Ecce Homo,  (il Nazareno portato da Pilato davanti alla folla per essere giudicato).

Elementi fondamentali della cerimonia sono la rosa e il cardo: la prima è un pezzo di sughero in cui sono conficcati tredici pezzi di vetro (Cristo e i dodici apostoli, di cui uno, Giuda, è più lungo rispetto agli altri) con il quale il vattiente si flagella le cosce e i polpacci; il secondo è una sorta di spugna di sughero utilizzata per asciugare il sangue che scorre copioso lungo le gambe dei protagonisti. Una terza figura maschile asperge regolarmente di vino le ferite per disinfettarle.

Momento culminante è l’incontro con la statua della Madonna, al cospetto della quale i due uomini si inginocchiano in preghiera per sciogliere il voto fatto in precedenza e intorno al quale ruota tutta la cerimonia.

L’antico rito dei Vattienti si rinnova in Calabria annualmente. Questo  rito dei ‘battenti’ o ‘vattienti‘ è uno degli appuntamenti principali della settimana santa in Calabria: nella settimana santa i ‘fedeli penitenti’, durante le processioni di rito, si flagellano battendosi le gambe con pezzi di vetro, fino a sanguinare. Poi, pieni di ferite e con il corpo coperto di sangue, percorrono le vie del paese, ‘visitando’ le case di amici e parenti.

Il rito, che risale al 1473, ha una storia controversa: in passato è stato formalmente condannato dal Vaticano, tanto che i ‘vattienti’ erano in via di estinzione e la pratica fu in alcuni casi anche vietata dalle forze dell’ordine. Fino al 1997, quando la cerimonia è tornata in auge. Una tradizione che si tramanda da padre in figlio in Calabria: una cerimonia suggestiva che provoca, a volte, degli svenimenti dei presenti. I ‘vattienti’ si colpiscono ripetutamente le gambe con il ‘cardo’, un disco di sughero sul quale, con uno strato di cera sono infissi tredici pezzetti di vetro acuminati, e con la ‘rosa’, sempre di sughero lavorato con scanalature per fare scorrere il sangue prodotto dalle ferite.

A Nocera Terinese

la cerimonia dei ‘vattienti’ si svolge il venerdì e il sabato: i flagellanti si aggirano per le vie del paese, mentre si svolge la processione con la statua della Madonna dell’Addolorata. I penitenti si preparano disinfettandosi le gambe con un infuso di aceto e rosmarino. Con la testa avvolta da un panno nero e da un ramo di ‘sparaconga’ (pianta selvatica dalle proprietà sconosciute) , si percuotono con movimenti ritmici le cosce e i polpacci con gli strumenti penitenziali. Poi, insanguinati, percorrono il paese fermandosi davanti ad alcune abitazioni, ricevendo del vino che viene versato sulle ferite, come disinfettante. Poi si avvicinano alla statua della Madonna, si fanno il segno della croce, si percuotono e versano il loro sangue ai piedi della Vergine. L’atto finale del rito.

 

A Verbicaro

il rito dei ‘vattienti’ si tiene il giovedì santo a mezzanotte. Si preparano nella cantina di famiglia, poi i penitenti iniziano a flagellarsi le gambe e fanno il giro del paese per ben tre volte. Successivamente, alle tre del mattino prende il via la processione del Mistero della Passione di Cristo con statue e quadri viventi, ispirata alla Via Crucis e al mistero della Passione, detta anche ‘processione degli incappucciati’. I fedeli seguono il corteo con le candele accese. E a ogni angolo si svolgono le recite degli angioletti, bambini che con strana cadenza narrano le vicende della condanna, della passione e morte di Gesù. Venerdi sera si svolge la processione forse più suggestiva. La Vergine Addolorata viene portata in corteo verso il luogo dove si celebrerà la predica di Passione.

Mentre la processione scorre per il paese, i vattienti fanno sosta in più parti. Passano dalle chiese, dagli esercizi commerciali, da case a loro vicine nel cuore.  Si tratta di un rito che prevede una preparazione molto attenta e che rappresenta anch’essa un rito, nel quale c’è molto di spiritualità, niente di segreto o vietato ma che richiede una certa riservatezza. Oltre ad assicurarsi l’ecce homo, che lo seguirà per le vie del paese per tutto il tempo, con una corda a lui legato, ricoperto nei fianchi da un panno rosso e lasciando il dorso e i piedi nudi, il vattiente indossa una maglietta o camicia ed un pantaloncino corto nero, sgambato sulle anche. In testa un fazzoletto nero, detto mannile, e su di esso calza una voluminosa corona di sparacogna.

Il vattiente si batte con il cardo (pezzo di sughero dotato di 13 lanze di vetro, da loro scelte) con la rosa, (disco di sughero di 10 cm) invece si pulisce, spingendo il sangue verso terra. Dietro il vattiente, o di lato, c’è solitamente un amico, pronto a versare di tanto in tanto del vino sulle ferite. Infine, quando il vattiente rientra a casa, il lavaggio con acqua e rosmarino, fatto bollire per lunghe ore sul fuoco per lenire il dolore.

Ci sono più ipotesi interpretative al riguardo. L’idea del sangue come rinascita, da associare alla vita, o l’idea del sangue-penitenza, inteso come mortificazione.

Alcuni studiosi hanno ricondotto il rituale a religioni e credenze precristiane.

Per altri invece il rito si sarebbe originato nelle religioni affermate nel Medioevo (si pensi alle sette ereticali) fino al Concilio di Trento.

Ma come sostiene l’antropologo Vito Teti, nella ricostruzione storiografica di Franco Ferlaino, personaggio fra i più accreditati nello studio di tale rito, il sangue ‘intenzionalmente versato’ diventa parola, mutevole, forte e silenziosa, nascosta ed urlata.

Un sangue che, appunto per questo, conferisce sacralità e continuità tra mondo dei vivi, mondo dei defunti, mondo divino. Il sabato santo, a Nocera Terinese, è testimonianza viva di un passato che non passa.

Tutte le case sono aperte e pronte ad accogliere amici, parenti ma anche sconosciuti. In un giorno come questo l’accoglienza è la festa per emigrati che ritornano, è l’opportunità per creare nuovi legami, dialoghi inediti.

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